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Riforma del lavoro: work in progress

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Il Senato, il giorno 9.10.2014, ha approvato il Jobs Act (deleghe al Governo in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonché in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva, di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro).


Il Governo ha ottenuto la fiducia sul maxi emendamento, frutto di un compromesso, che ha modificato il testo originario. L’iter parlamentare continua; il testo è stato, infatti, trasmesso alla Camera per la calendarizzazione. La discussione in
Senato è stata “piuttosto vivace”, certamente per l’importanza degli argomenti affrontati, ma soprattutto per il ricorso alla fiducia che ha impedito una “serena” discussione. Già ad una prima lettura si capisce come le materie trattate
siano tante e molto complesse. La stessa “rubrica” dell’art. 1, per la sua lunghezza e la sua articolazione, rimanda alla necessità di più provvedimenti attuativi che dovranno trovare un forte coordinamento altrimenti si metterà a rischio il
funzionamento dell’intero sistema.Il provvedimento si caratterizza per la precisione nel conferire la delega per alcune materie e per una indeterminatezza spinta per altre. Da più parti è stato osservato che la norma violerebbe l’art. 76 della
Costituzione proprio per questa indeterminatezza. La disciplina è molto dettagliata per quanto riguarda argomenti importanti, ma sicuramente minori, come permessi parentali e funzionamento dei Centri per l’Impiego. Mentre le
materie che riguardano il precariato, le garanzie del rapporto del lavoro e gli ammortizzatori sociali sono affrontati con una delega ampia. Per qualcuno, addirittura, si tratta di una delega in bianco. La legge delega, quando sarà approvata
definitivamente, avrà almeno individuato le materie sulle quali intervenire. Come il Governo utilizzerà le ampie deleghe che il Parlamento gli concederà, sarà la scommessa del prossimo anno. Vedremo se i ragionamenti sulla necessità
“vitale” di riformare il mercato del lavoro troveranno la giusta sintesi nei decreti legislativi. Capiremo se sarà mantenuta la promessa di “disboscare” la giungla dei contratti precari e quanto questo inciderà sull’attuale configurazione dell’art.
18 e sulla nascita del contratto a tutele crescenti. Comprenderemo come il Governo declinerà il potere di regolare l’ASPI (ex indennità di disoccupazione) e di quello che rimane della cassa integrazione. Gli ammortizzatori sociali saranno veramente universali oppure l’operazione si ridurrà, come spesso è accaduto, in una operazione ragionieristica di risparmio di spesa, operazione che, nelle condizioni sociali date, il Paese probabilmente non può permettersi? La partita decisiva, indubbiamente, si giocherà nell’ambito della delega per la redazione di un testo organico semplificato che disciplini tutti i tipi di contratto; appare evidente che una “opera” del genere, meritoria e necessaria, al suo interno può contenere tutto e il contrario di tutto. Se la Camera, come è probabile, confermerà le deleghe, il governo si troverà, al netto di ogni contestazione di legittimità, nella condizione ideale per riformare l’intero mondo del lavoro. Il giudizio sul fatto che tutto questo potere, in una repubblica parlamentare, sia affidato all’esecutivo, appartiene ad un altro livello di discussione. Per il Governo il “lavoro” sul lavoro è appena cominciato. Insomma, “work in progress”.

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